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LIBRERIA arrow RELIGIONE arrow L' amore che non muore. Meditazioni sulla passione di Gesù ePub


L' amore che non muore. Meditazioni sulla passione di Gesù ePub
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la copertina e il sommario


L' amore che non muore. Meditazioni sulla passione di Gesù

Versione Digitale ePub

Edizioni Messaggero PD
ezPrice: €8,40



Autore: Attanasio Gianluca

Editore: Edizioni Messaggero Padova


La passione di Cristo, quale misterioso evento in cui ogni sforzo di immaginazione, visione o intelligenza umana fatica a capire. Le riflessioni che stillano da queste pagine nascono da una esperienza personale di sofferenza, oltre che dalla vita di sacerdote dell'autore. La meditazione della passione di Cristo lo ha aiutato a riconoscere il senso di ciò che ha attraversato. Un libro per scoprire la grandezza dell'amore di Dio per noi e per aiutare a svelare il misterioso significato che si cela dietro alla sofferenza di ogni uomo.PREFAZIONEdi Paolo Sottopietra  L’immaginazione è sempre stata un’alleata di chi ha voluto immedesimarsi nei fatti narrati dai Vangeli. San Francesco ha pensato al presepio per poter entrare fisicamente nella grotta dove Maria ha messo al mondo il Salvatore. Bernardo di Chiaravalle, un secolo prima, insegnava a «guardare» i Vangeli. L’incarnazione stessa – spiegava ai suoi monaci – ha aperto alla fede questa nuova possibilità: «Se egli non fosse venuto in mezzo a noi, che idea ci saremmo potuti fare di Dio? Sarebbe rimasto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e del tutto inimmaginabile. Invece ha voluto essere compreso, ha voluto essere veduto, ha voluto essere immaginato». Anche Ignazio di Loyola, quattro secoli più tardi, invitava a usare «la vista dell’immaginazione» per ritrovare i luoghi della vita di Cristo. E infine Giovanni Papini, in piena epoca razionalista, riscopre che proprio in questo modo i Vangeli diventano vivi: «Per l’uomo di immaginazione, tutto è nuovo e presente». Seguendo i santi e il senso della fede del popolo cristiano, artisti di tutti i tempi hanno raffigurato il volto e la persona di Gesù. Molte di queste opere hanno accompagnato la devozione di generazioni di cristiani, aiutandoli a contemplare colui che veneravano. Fin dagli inizi, le sepolture dei battezzati sono state ornate da affreschi e bassorilievi. Icone e statue vengono da secoli portate in processione durante le feste più importanti. I sacri monti, disseminati sulle pendici delle Alpi, custodiscono scene della vita di Cristo riprodotte in grandezza naturale. Anche molti scrittori si sono rivolti alla figura di Gesù, dedicando alla sua vicenda romanzi e ricostruzioni letterarie. Il cinema ha più volte cercato di restituirci le fattezze, le espressioni e la voce dell’uomo-Dio. Il libro di Gianluca Attanasio si inserisce nella stessa tradizione. Ed è questa la prima ragione per cui vale la pena di leggerlo. Vuole aiutarci a «vedere Gesù», come chiese un giorno un gruppo di greci all’apostolo Filippo. Che cosa vediamo, dunque, quando leggiamo i Vangeli e posiamo il nostro sguardo interiore su Gesù? «Dio», ha detto don Oreste Benzi, «ha bisogno di uno che interceda, che si metta tra Dio e il popolo». Dio cerca uno che soffra per le colpe del popolo, al posto del popolo, e ottenga in questo modo che esso si converta. Questa è la missione del profeta nella Bibbia. E questo è il significato profondo della passione di Gesù. «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità»: così cantavano i primi cristiani, riprendendo le parole del profeta Isaia (53,4-5), stupiti della vita nuova che era stata loro donata da Cristo. «Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato, ma dalle sue piaghe siamo stati guariti» (ivi). Sono parole commosse, piene di gratitudine verso il Salvatore, pronunciate da uomini che sanno di essere stati «ricomprati a caro prezzo» (1Cor 6,20). Uomini che non vogliono ormai più «vivere per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2Cor 5,15) Gesù si è liberamente caricato al nostro posto di un’esperienza che noi non avremmo saputo attraversare. Egli si è lasciato «rigettare» da Dio, come se egli stesso fosse «peccato». Così scrive san Paolo, in una frase misteriosa e suggestiva: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21). I Vangeli ci mostrano un uomo che guarda con immenso desiderio al compimento di quest’opera. «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49). La sua partecipazione al nostro destino e il suo desiderio di felicità per noi sono totali. Altrettanto totale, cioè puro e gratuito, è il dolore che egli prova per il rifiuto di cui è oggetto. Iniziamo così a vedere che la violenza fisica delle torture, le offese subite in silenzio e la morte in croce esprimono una volontà di amore e di obbedienza che arriva «fino alla fine», per «porre un definitivo limite al male», come ha scritto Giovanni Paolo II. Le meditazioni raccolte in questo libro ci fanno scontrare con la materialità della passione di Cristo. A eccezione di qualche raro accenno, l’autore ha scelto di non spingersi al di là dei fatti e dei sentimenti umani che vuol farci rivivere. In ciò è certamente animato da un intento simile a quello di san Paolo, che così scrive ai cristiani di Corinto, da poco convertiti: «Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci». L’autore ha pensato a chi è digiuno delle parole della Scrittura, a chi forse teme di non essere pronto ad accostare direttamente i Vangeli. Ha pensato insomma ai lontani e con questo libro desidera avvicinarli, mostrare loro la bellezza della figura di Cristo. Ciò non esclude lettori più esperti. Tutti abbiamo bisogno di essere riavvicinati a Cristo, di rifare continuamente il primo passo. Le più grandi grazie nella conoscenza di Dio non si possono ottenere se non partendo dalla meditazione della sua vita, come ricordava santa Teresa d’Avila alle sue monache. Da ultimo voglio dire che sono legato a Gianluca da una cara amicizia e so che queste pagine nascono da un’esperienza personale di sofferenza, oltre che dalla sua vita di sacerdote. La meditazione della passione di Cristo lo ha aiutato a riconoscere il senso di ciò che ha attraversato. Questo libro è dunque volutamente rivolto anche a chi vive nel travaglio interiore o nella malattia. Dopo aver subìto l’attentato del 1981, Giovanni Paolo II ha scritto che «Cristo ha aperto la sua sofferenza all’uomo, perché egli stesso è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane». Perciò «l’uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato». Non è un’esperienza scontata, conclude il papa polacco, «a volte c’è bisogno di tempo, e persino di un lungo tempo». Gianluca ha sperimentato in prima persona la necessità di questa pazienza, vissuta in un lavoro personale che rimane nascosto agli sguardi dei più. Comprendendo così dall’interno la fatica di chi soffre, ha scelto di indicarci la luce che ha scoperto nel Cristo sofferente. In questa luce ciascuno può trovare sollievo e queste pagine gli terranno compagnia lungo il cammino.   ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO   La notte dell’abbandono I discepoli avevano seguito Gesù per tre anni lungo le strade assolate della Palestina. Lo avevano visto guarire le malattie, calmare le tempeste, consolare i disperati, risuscitare i morti; da lui sembrava uscire una forza capace di vincere ogni male. I demoni, quando si imbattevano in lui, scappavano terrorizzati. Gesù non aveva nessuna paura dei capi del popolo. Anche per questo la folla lo ammirava perché quando parlava non aveva timore di nessuno. Gli apostoli erano stati spettatori del suo coraggio. Più volte il loro maestro aveva rischiato di essere lapidato o catturato, ma era sempre miracolosamente fuggito. Nessun timore era mai apparso sul suo volto. Sembrava possedere l’intima certezza che i capi del popolo non potessero niente contro di lui. Anche quando profetizzava la sua tragica fine alla stretta cerchia degli intimi, lo faceva sempre nella pace, certo che il terzo giorno sarebbe risorto. Ma non quella notte nell’orto degli Ulivi. La luna era spuntata dietro la collina e tirava un vento gelido. Gesù si era seduto su un sasso. Le gambe non lo reggevano più. Era pallidissimo. Sembrava che la sua fermezza e la sua forza lo stessero abbandonando. Per la prima volta i discepoli videro sul volto del maestro i segni della paura. Si guardava intorno angosciato. I tratti del viso irrigiditi, tesi. Cercava il conforto dei suoi amici. Ecco Pietro, ecco Giacomo e Giovanni. I suoi prediletti. Erano attoniti, gli occhi sgranati. Un volto di Gesù a loro del tutto sconosciuto si stava svelando improvvisamente. Non sapevano che cosa dire. Non sapevano che cosa fare. Gesù si confidò con loro. La sua voce mancava della solita fermezza. «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38). «La mia anima è triste»: sembrava impossibile che queste parole venissero proprio da lui, così spesso sorridente, così pronto a consolare chiunque. In quel momento decisivo mostrò agli amici più fidati il suo cuore arso d’amore. Egli aveva sempre sofferto per l’indifferenza, lo scherno e perfino l’odio con cui gli uomini ricambiavano il suo sconfinato amore. Chi ama veramente soffre quando il suo amore non è ricambiato, mentre gioisce quando è corrisposto. L’amore ci rende vulnerabili. Ma nessun cuore umano ha mai amato intensamente e profondamente come quello di Gesù. Proprio per questo nessuno ha mai sofferto come lui l’indifferenza e l’ingratitudine. Chi lo incontrava si sentiva guardato con un affetto che non aveva paragoni. Come se dal suo cuore emanasse un tepore soave capace di scaldare chiunque si imbattesse in lui. Aveva un amore unico e singolare per ciascuno. Gesù si allontanò dai discepoli. Non molto. Giusto quel tanto per potersi concentrare maggiormente nella preghiera. Pietro e Giovanni si guardavano stupefatti. Pietro era sfinito. Si raggomitolò nel suo mantello per cercare un po’ di calore. Si sforzava di rimanere desto. La preghiera di Gesù giungeva alle sue orecchie come un sussurro lontano: «Abba Padre [...]. Tutto è possibile a te [...]. Non ciò che voglio io» (Mc 14,35-36). Poi anche quelle parole si confusero con i sogni.







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